di FRANCESCA MEDURI
Negli ultimi tempi, a Villa San Giovanni, una nuova escalation criminale ha riportato alla luce ferite che la città credeva superate da tempo. Auto in fiamme, atti intimidatori e prepotenze che colpiscono la comunità non solo fisicamente, ma anche nella percezione della sicurezza e della legalità.
Come sempre, le reazioni si concentrano soprattutto sui social: indignazione, commenti, condivisione di immagini e video. Sul piano istituzionale, è intervenuta l’amministrazione comunale. Le opposizioni, che in altre occasioni erano intervenute, questa volta sono rimaste in silenzio, nonostante si tratti di episodi ancora più eclatanti e gravi. Anche cittadini attivi, commercianti e associazioni locali – tra cui il presidio di Libera e altre realtà impegnate nella legalità – questa volta hanno scelto il silenzio.
È importante sottolineare che l’atto di violenza rimane un crimine, al di là di chi lo subisce: che si tratti di un cittadino noto o sconosciuto, rispettabile o meno, l’atto di intimidazione o distruzione resta tale e colpisce l’intera comunità.
Le reazioni appaiono spesso di circostanza. Si parla genericamente di prepotenza criminale o mafiosa, ma la parola ’ndrangheta è quasi mai detta. Il fenomeno resta chiaro a chi conosce la storia della città e del territorio circostante, ma non viene mai chiamato per nome, né nelle discussioni pubbliche né nei post social.
Gli arresti e i processi non hanno eliminato il problema; esso persiste e, in alcuni casi, si manifesta con forza maggiore rispetto al passato. Dovrebbe essere ormai noto a tutti che, quando certi soggetti vogliono colpire, lo fanno senza chiedere permesso, approfittando delle lacune fisiologiche nel controllo del territorio.
È quindi fondamentale che cittadini e istituzioni imparino a nominare i problemi per nome. Solo così si può costruire una consapevolezza collettiva, rafforzare la capacità di reazione e limitare gli spazi d’azione della ’ndrangheta, a beneficio dell’intera comunità.
Indipendentemente da chi subisce la violenza, l’atto resta un crimine e lascia un segno nella comunità. Eppure, la città sembra talvolta incapace di nominarlo chiaramente: il silenzio, diffuso tra cittadini, associazioni e parte della politica, contribuisce a mantenere invisibile ciò che invece è evidente.
Chiamare le cose con il loro nome non è un atto di accusa, ma di responsabilità collettiva. Solo riconoscendo apertamente la presenza della ’ndrangheta, comprendendo la portata dei suoi atti e affrontando il fenomeno senza reticenze, Villa San Giovanni potrà iniziare a costruire una consapevolezza condivisa, capace di trasformare indignazione e paura in azione concreta e protezione reale della comunità.
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