di FRANCESCA MEDURI
Che la mancata elezione di Giusy Caminiti al Consiglio metropolitano rappresenti una battuta d’arresto politica è un dato di fatto. L’ho scritto a caldo, quando i risultati erano ormai definitivi. Una sconfitta maturata per pochi voti, che inevitabilmente apre una riflessione sul percorso amministrativo e politico della maggioranza villese e, forse, anche sul futuro di quel civismo che da quattro anni rappresenta la cifra dell’esperienza di governo cittadina.
Fin qui, nulla da eccepire.
Ciò che invece lascia sinceramente perplessi è il tentativo di trasformare quel risultato in una sentenza politica definitiva, come ha fatto il consigliere comunale di Forza Italia Domenico De Marco.
Leggere le sue dichiarazioni ha suscitato più di un interrogativo. Non perché un esponente dell’opposizione non abbia il diritto di criticare l’amministrazione Caminiti. È il suo ruolo e sarebbe persino anomalo il contrario. Ma perché c’è una differenza sostanziale tra un’analisi politica e l’ipocrisia.
Davvero qualcuno può credere che De Marco avrebbe preferito vedere Giusy Caminiti sedere tra gli scranni di Palazzo Alvaro? Davvero si può pensare che Forza Italia Villa San Giovanni abbia tifato per la sua elezione? È una tesi difficile da sostenere.
Da quattro anni l’opposizione attacca quotidianamente la sindaca e la sua maggioranza. Fa parte della dialettica democratica. Ma allora si abbia il coraggio della coerenza. Non si può leggere una sconfitta come una bocciatura politica e, allo stesso tempo, dirsi dispiaciuti per la mancata rappresentanza di Villa San Giovanni nel Consiglio metropolitano.
Del resto, è difficile non leggere queste dichiarazioni anche alla luce della crescente esposizione pubblica del consigliere azzurro. Da mesi De Marco interviene praticamente su ogni vicenda amministrativa con comunicati e prese di posizione che, al di là del legittimo ruolo di opposizione, sembrano raccontare anche la volontà di ritagliarsi uno spazio sempre più centrale nel dibattito politico cittadino. In molti lo indicano tra i possibili protagonisti della prossima corsa a sindaco e, se così fosse, appare piuttosto evidente come un’eventuale ricandidatura di Caminiti rappresenterebbe per lui un’avversaria politica diretta. Anche per questo, il rammarico manifestato per l’assenza di Villa San Giovanni nel Consiglio metropolitano (l’unica speranza era, appunto, la sindaca) suona quantomeno poco convincente.
E inoltre c’è una domanda che, forse, viene prima di tutte le altre.
Se davvero Forza Italia riteneva fondamentale garantire a Villa San Giovanni un seggio nel Consiglio metropolitano, perché nessun consigliere comunale del gruppo è stato candidato? Perché il partito che oggi esprime il sindaco metropolitano Francesco Cannizzaro ha scelto di puntare su altri amministratori, come Roberto Vizzari e Francesco Malara, e non su un solo rappresentante della propria squadra villese?
È una riflessione che De Marco dovrebbe fare prima di invitare gli altri a interrogarsi sul proprio futuro politico.
Perché una differenza, in questa vicenda, esiste ed è evidente.
Giusy Caminiti quella partita l’ha giocata. Ci ha messo la faccia, accettando il confronto con gli amministratori dell’intera area metropolitana. Ha perso, è vero. Di poco. Ma si è candidata.
Altri, invece, quella partita non l’hanno nemmeno disputata. Non perché abbiano rinunciato volontariamente, ma perché il loro stesso partito non li ha ritenuti, evidentemente, i profili su cui investire in una competizione di questo livello.
Ed è difficile non chiedersi il perché.
Forza Italia Villa San Giovanni gode davvero di quel peso politico che oggi rivendica? Oppure, al di là delle conferenze stampa e dei comunicati, continua a essere considerata poco più di un bacino elettorale utile a raccogliere consensi, senza un reale riconoscimento quando si tratta di assegnare candidature pesanti?
Sono interrogativi legittimi. Molto più di certe lezioni impartite agli avversari.
Per non parlare del tentativo di attribuire la mancata elezione della sindaca anche alla sua posizione sul Ponte sullo Stretto. Sul collegamento stabile esistono opinioni diverse in tutta la Città metropolitana: tra i 97 comuni reggini convivono da sempre amministratori favorevoli e contrari all’opera. Pensare che il voto di sindaci e consiglieri si sia trasformato in un referendum sul Ponte significa ridurre una dinamica politica ben più articolata.
Questo non assolve Caminiti dalle responsabilità politiche che una sconfitta inevitabilmente porta con sé. La riflessione dovrà esserci, e sarebbe un errore ignorarla. Ma dovrà essere una riflessione seria, non il pretesto per fare ricostruzioni di comodo.
Perché una sconfitta può insegnare molto. L’ipocrisia, invece, non insegna nulla.
E c’è una differenza sostanziale tra chi ha scelto di mettersi in gioco, accettando il verdetto delle urne, e chi oggi commenta quella partita senza avervi nemmeno preso parte.
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