Arriverà in Consiglio comunale il prossimo 20 novembre la comunicazione di Poste Italiane sulla chiusura per lavori dell’ufficio postale di Campo Calabro. L’assise, convocata dalla presidente Simona Bellantoni, dovrà decidere come muoversi dopo l’annuncio che ha già sollevato la protesta del sindaco Sandro Repaci.
Poste ha informato nei giorni scorsi il primo cittadino che, nell’ambito del progetto Polis – pensato per favorire la coesione sociale e ridurre il divario digitale nei piccoli centri – l’ufficio di via Risorgimento resterà chiuso al pubblico dal 23 novembre 2024 al 18 marzo 2026.
Durante il periodo dei lavori, dal 26 novembre al 14 marzo 2026, le attività saranno trasferite nel presidio postale di Cannitello, dove, come precisato nella nota, «la clientela potrà svolgere tutte le operazioni effettuabili presso il proprio ufficio di radicamento, compreso il ritiro della corrispondenza in giacenza». La riapertura è prevista per il 19 marzo 2026.
Una decisione che non convince il sindaco. Repaci ha scritto ai vertici territoriali di Poste Italiane, informando anche il Prefetto di Reggio Calabria, per chiedere un riesame del provvedimento. A suo giudizio, la scelta sarebbe stata «assunta in maniera unilaterale senza preventiva interlocuzione».
Nella sua lettera, il primo cittadino sottolinea che «tale soluzione non può essere condivisa né accettata» perché «troppo penalizzante per la comunità che devo tutelare nei suoi diritti fondamentali».
Repaci ricorda inoltre che Campo Calabro «possiede un’economia insediata fra le più rilevanti della Città Metropolitana costituita da più di 60 aziende insediate nell’Area Corap (ex Zona Industriale) con un fatturato rilevantissimo e svariate centinaia di addetti: sono pertanto evidenti i gravi danni sociali ed economici che deriverebbero dalla preannunciata chiusura sia pur temporanea».
Dubbi anche sulla durata dei lavori, che per il sindaco appare «particolarmente lunga rispetto alla superficie da adeguare». Da qui la proposta di soluzioni alternative, come «un ufficio mobile per il quale l’amministrazione può suggerire un adeguato spazio pubblico dove allocarlo».
Un modo, conclude Repaci, «per continuare ad usufruire dei servizi limitando le difficoltà dell’utenza e, all’economia del territorio, di non subire disagi e danni di una delocalizzazione». (f.m.)
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