VILLA. Legalitàlia, giornalismo e magistratura a confronto su Mafia Capitale: un sistema che ha radici lontane

8 Agosto 2015
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di CONSOLATA MAESANO

VILLA SAN GIOVANNI – Primo appuntamento di Legalitàlia, ieri sera sul lungomare di Cannitello.
Tra i tanti temi, gli ospiti di Aldo Pecora hanno anche affrontato la scottante vicenda di Mafia Capitale, ossia l’inchiesta che ha dimostrato la radicata e storica presenza di una vera e propria organizzazione a delinquere, tessitrice di tutte le redini economiche e politiche della città eterna.
«La ndrangheta è a Roma dagli anni ‘70», ha asserito Salvatore Boemi, magistrato in pensione e coordinatore della DDA di Reggio Calabria.
Una delle peculiarità della mafia calabrese è difatti la proiezione in ottica extraterritoriale: «Mentre per il mafioso siciliano il mondo è la Sicilia e l’essere isola lo rende padrone contento del proprio territorio, non avendo quasi interesse a diventare più ricco espatriando; per il ‘ndranghetista calabrese invece il proprio territorio è l’Italia. Sapete cosa mi disse Pino Scriva- il pentito di Rosarno ed il primo collaboratore della ‘ndrangheta- nel 1983? Mi sfidò ad indicare la zona di maggiore infiltrazione della ‘ndrangheta. Io dissi Gioia Tauro e lui si mise a ridere. Rispose: “Ventimiglia. Quante ville abbiamo sulla costa azzurra francese? E Torino? Lei pensa che a Torino non ci sia la ‘ndrangheta?”. Per il calabrese mafioso il suo territorio nasce nel comune d’appartenenza, ma si svolge verso l’intero paese. Ecco la pericolosità di quest’organizzazione, le cui ramificazioni nelle principali città d’Italia e d’Europa esistono dagli anni ‘70”».
Boemi ha anche ricordato il compianto giudice Scopelliti e a proposito del processo per il suo omicidio- che a distanza di 24 anni non ha ancora colpevoli- ha dichiarato: «Non è vero che si è fatto poco: si è fatto molto ma si è buttato tutto all’aria».

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Importante anche la testimonianza di Giancarla Rondinelli, giornalista calabrese d’origine e romana d’adozione, che ha seguito la vicenda dell’infiltrazione mafiosa a Roma:
«Mafia capitale è stata un terremoto per i palazzi della politica, per noi giornalisti che ci occupiamo di politica: improvvisamente abbiamo dovuto iniziare ad occuparci di cronaca giudiziaria indirettamente, perché poi stando in parlamento ci arrivavano queste carte, queste intercettazioni. Un vero e proprio terremoto. Cos’è cambiato con mafia capitale, perché c’è stato questo clamore? È vero e ha ragione il procuratore a ricordare che già dagli anni ’70 si sapeva che la ‘ndrangheta era a Roma; però poi vederlo scritto nero su bianco, vedere le ramificazioni che queste associazioni, questi sistemi hanno creato in una città come Roma fa notizia. Non avete idea di quante e-mail, di quanti messaggi, di quante lettere sono arrivate in quel periodo nella redazione di Porta a Porta. Tante storie di imprenditori, ovviamente lettere anonime, romani. Ne ricordo una: un imprenditore che ha ancora un vivaio importante a Roma che raccontava di come avesse cercato per tanto tempo di fare delle gare per partecipare alla gestione del verde pubblico a Roma e non c’è mai riuscito. E si chiedeva come fosse possibile. Dopo ha capito perché: anche quello era gestito da un certo sistema. E ciò andava avanti da tempo, non era una novità di adesso, della giunta Marino né di quella Alemanno: si tratta di un sistema che va avanti da anni».

Gianni Tonelli, segretario del SAP (Sindacato autonomo di Polizia), si è pronunciato sulla lotta alla criminalità: «Abbiamo uno stato debole, abbiamo un ente pubblico in senso generale debole che non riuscirà mai ad affrontare il problema. In questa grande debolezza vi sono state negli ultimi vent’anni prevaricazioni, alternanze di poteri o problemi. Questo ghigliottinismo, questo giacobinismo imperante ha decapitato il sistema. Ci vogliono risposte concrete e coerenza: bisogna combattere con stravolgimenti culturali sulle nuove generazioni».
Infine Tonelli ha lanciato un attacco alla politica di tagli che sta mutilando i corpi dello stato: «Non dobbiamo tagliare, ma razionalizzare. Lo stato, non avendo la capacità di promuovere queste riforme, taglia. La politica deve riappropriarsi del proprio primato e ribellarsi alla dittatura dei ragionieri di stato sovranazionali e darsi delle priorità. Se la sicurezza non è più priorità di questo paese si abbia almeno il coraggio di dirlo; perché nei fatti non lo è più, perché se si taglia in continuazione e non si ha la capacità di portare avanti riforme vuol dire che il problema è stato accantonato, perché in questo momento l’unica cosa che conta è lo spread. Certo, il problema economico è un problema prioritario. Ma ci vorranno generazioni per sistemare il disastro che stiamo facendo».

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