Nino Scopelliti, il ricordo tra memoria e commozione: le lacrime di Rosanna per una verità ancora attesa

10 Agosto 2026
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di FRANCESCA MEDURI

VILLA SAN GIOVANNI – Trentacinque anni dopo quel tragico 9 agosto 1991, Piale di Villa San Giovanni è tornata a stringersi attorno alla memoria del giudice Antonino Scopelliti, ucciso dalla criminalità organizzata mentre rientrava nella sua casa di Campo Calabro dopo una giornata di mare a Scilla. Davanti alla stele che sorge nel luogo dell’agguato, istituzioni, magistrati, forze dell’ordine, amministratori e cittadini hanno rinnovato un ricordo che, anno dopo anno, continua a rappresentare un richiamo ai valori della legalità, del senso dello Stato e della ricerca della verità.

La cerimonia, scandita dagli interventi di Marco Mauro, ha visto la deposizione delle corone commemorative e la partecipazione, tra gli altri, della presidente della Fondazione Antonino Scopelliti, Rosanna Scopelliti, dei sindaci Giusy Caminiti (Villa San Giovanni), Sandro Repaci (Campo Calabro) e Giuseppe Iannì (Fiumara), del consigliere metropolitano Roberto Vizzari, in rappresentanza del sindaco metropolitano Francesco Cannizzaro, della vicesindaca di Reggio Calabria Mariagrazia Arena, del rappresentante della Prefettura Francesco Campolo, del procuratore aggiunto Stefano Musolino e del Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione Pasquale D’Ascola, oltre a numerose autorità civili e militari.

A segnare la cerimonia è stato soprattutto l’intervento di Rosanna Scopelliti, intenso, a tratti duro, profondamente umano. La figlia del magistrato ha ribadito che è arrivato il momento di riconoscere ad Antonino Scopelliti il posto che gli spetta «nel pantheon ideale delle persone che hanno dato la vita per questo Paese», ricordando come il padre abbia sempre scelto «la strada più difficile perché, molto spesso, era quella giusta».

Ma il cuore del suo intervento è stato un grido che si rinnova da trentacinque anni. «La richiesta di verità e giustizia non dovrebbe nemmeno esistere, perché dovrebbe essere qualcosa di naturale in uno Stato di diritto», ha affermato con forza, spiegando di non voler più «implorare ciò che è un diritto». Un appello rivolto alle istituzioni affinché la ricerca della verità non resti confinata alle commemorazioni annuali, ma diventi un impegno concreto e costante.

Parole che, poco dopo, hanno lasciato spazio all’emozione. Rosanna Scopelliti non è riuscita a trattenere le lacrime mentre ricordava il lungo cammino percorso dalla sua famiglia e denunciava come quella del padre rischi di essere considerata ormai una vicenda esclusivamente locale. «Antonino Scopelliti non appartiene soltanto a Villa San Giovanni, a Campo Calabro o a Reggio Calabria. È un martire dello Stato», ha ribadito, amareggiata dal progressivo affievolirsi della presenza delle più alte istituzioni alla commemorazione. «Non è accettabile continuare a chiedere, quasi sottovoce, verità e giustizia. Continuerò a farlo a testa alta, ma Antonino Scopelliti appartiene all’Italia intera». Infine, tra la commozione e gli applausi dei presenti, ha concluso: «Scusatemi per questo sfogo e per qualche momento di cedimento. Anche io, ogni tanto, sono semplicemente una persona».

Nel suo intervento, il sindaco di Villa San Giovanni Giusy Caminiti ha richiamato il valore della memoria come percorso condiviso di crescita civile, soffermandosi sul messaggio della figlia del magistrato. «Oggi – ha evidenziato – il sentimento che emerge è quello della riconciliazione», intesa come capacità di una comunità di ritrovarsi unita nel ricordo di chi ha testimoniato la verità. Caminiti ha definito Scopelliti un autentico «testimone di verità», assicurando l’impegno della città a esserne degna attraverso la promozione della giustizia sociale, dell’equità e della verità sostanziale.

Il sindaco di Campo Calabro Sandro Repaci ha invece posto l’accento sul significato profondo del ricordo, affermando che le comunità continuano a custodire non solo la memoria della data dell’assassinio, ma soprattutto le ragioni che portarono alla morte del magistrato. «Nino Scopelliti è morto perché ha rifiutato di piegarsi», ha ricordato, sottolineando come il suo esempio continui a essere una guida per cittadini, amministratori e servitori dello Stato, chiamati ogni giorno a operare nel segno della legalità e del bene comune.

Per la Città Metropolitana, Roberto Vizzari ha definito la commemorazione «un dovere e un’opportunità»: un dovere nei confronti di un uomo che ha sacrificato la propria vita per lo Stato e un’opportunità per coltivare la memoria, soprattutto tra le nuove generazioni. Ha quindi riconosciuto il lavoro svolto dalla Fondazione Scopelliti nelle scuole, dove migliaia di studenti hanno avuto modo di conoscere la figura del magistrato e il valore del suo esempio.

A raccogliere l’appello della famiglia è stato anche il Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione, Pasquale D’Ascola, che ha riconosciuto come, dopo tanti anni, la piena verità possa apparire ancora lontana. Pur ricordando i limiti propri dell’attività giudiziaria, D’Ascola ha ribadito il dovere della magistratura di continuare a perseguire ogni possibile accertamento, sottolineando che «una verità raggiunta non sarà mai una verità tardiva». Ha quindi assicurato la vicinanza della Corte di Cassazione e l’impegno delle istituzioni giudiziarie nel mantenere viva la memoria di Antonino Scopelliti e nel sostenere ogni ulteriore ricerca della verità.

Ancora una volta, davanti alla stele di Piale, il ricordo del magistrato originario di Campo Calabro si è trasformato in un momento di riflessione collettiva. A trentacinque anni dall’attentato mafioso che ne spezzò la vita, il suo nome continua a rappresentare un simbolo di integrità, coraggio e fedeltà allo Stato. Ma, insieme alla memoria, è rimasta forte la richiesta che ha attraversato tutti gli interventi: quella di non considerare ancora chiusa la ricerca della piena verità su uno dei delitti più emblematici della storia della Repubblica.

 

 

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