«14,5 miliardi per il Ponte mentre il Sud ha sete»: da Cannitello l’attacco di Bonelli e Zabatta. Caminiti: «Villa vive uno stress incredibile»

31 Agosto 2026
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di FRANCESCA MEDURI

VILLA SAN GIOVANNI – Ci sono due immagini che, più di altre, raccontano il senso della mattinata di Cannitello. Da una parte un territorio che fa i conti con il caldo, la siccità, l’acqua che manca e le emergenze climatiche sempre più frequenti. Dall’altra 14,5 miliardi di euro destinati alla realizzazione del Ponte sullo Stretto.

È da questo contrasto che è partita la conferenza stampa organizzata oggi al Museo dei Marinai d’Italia, dove la sindaca Giusy Caminiti ha aperto l’incontro con i saluti e il proprio intervento, prima di lasciare la parola a Fiorella Zabatta, co-portavoce di Europa Verde, e ad Angelo Bonelli, parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra.

Un incontro che ha ribadito con forza il no al Ponte e riportato al centro del dibattito ciò che, secondo i relatori, dovrebbe venire prima della grande opera: il territorio e le persone che lo abitano.

Non soltanto il Ponte, dunque, ma quello che il Ponte sta già producendo prima ancora di essere costruito: aspettative, timori, espropri, incertezza e una comunità che da anni ascolta annunci sull’imminente apertura dei cantieri.

Caminiti: «Dal 2023 è la sesta volta che ci dicono che devono aprire il cantiere»

È stata la sindaca a rompere il ghiaccio, riportando subito il discorso alla realtà di Villa San Giovanni e al rapporto, ormai lungo e complesso, tra la città e il progetto del Ponte. Caminiti ha ricordato la posizione assunta dall’amministrazione comunale nel corso degli anni e il confronto portato avanti con Governo e ministeri. Una posizione che, ha sottolineato, non ha mai significato sottrarsi al dialogo istituzionale: il Comune ha partecipato ai tavoli, presentato memorie, riserve, richieste di deduzioni, controdeduzioni e approfondimenti. La sindaca ha richiamato anche la serie di decreti che hanno accompagnato l’iter dell’opera, ribadendo di non aver mai condiviso il ricorso alla decretazione d’urgenza. Ma, al di là delle procedure, c’è una cosa che pesa ormai sulla vita della città: l’attesa.

«Dal 2023 è la sesta volta che ci dicono che devono aprire il cantiere». Una frase che restituisce la sensazione di una comunità che da anni vive sospesa tra annunci e rinvii. E se gli annunci sull’imminente apertura dei cantieri non sembrano più sorprendere, continuano però a produrre, secondo Caminiti, un effetto tutt’altro che irrilevante. «Questo continuo annunciare un’apertura imminente del cantiere crea sulla città uno stress incredibile, sulla comunità un livello di allarme incredibile».

Uno stress che ha un volto preciso: quello degli espropriandi. Sono loro, secondo la sindaca, a mettere in gioco più di tutti qualcosa che va ben oltre il valore economico di un immobile. «Penso prima di tutto agli espropriandi, perché ovviamente sono quelli che mettono in gioco di più rispetto a tutti noi». Poi la riflessione si fa ancora più personale: «Io dico che non mettono in gioco il diritto all’abitazione, mettono in gioco il diritto alla vita». Perché una casa, nel ragionamento della sindaca, non è semplicemente una proprietà. È il luogo nel quale una persona ha scelto di costruire la propria famiglia, programmare il proprio futuro, vivere la propria quotidianità. Ed è proprio da qui che il discorso si allarga dalla singola casa all’intera città.

Zabatta: «Il cambiamento climatico è sotto gli occhi di tutti»

Dopo Caminiti è stata Fiorella Zabatta a portare il tema della crisi climatica al centro dell’incontro. Un tema che, secondo la co-portavoce di Europa Verde, non può più essere considerato qualcosa di lontano o astratto. «È sotto gli occhi di tutti che è in atto un cambiamento climatico in Italia molto forte, le regioni del Meridione ne risentono in particolar modo». Caldo sempre più intenso, desertificazione, mari che si surriscaldano, trasformazione degli ecosistemi e specie aliene che stanno modificando la fauna e la flora autoctona: per Zabatta il quadro è quello di una vera e propria emergenza. Ed è proprio davanti a questo scenario che arriva la domanda politica: ha senso destinare miliardi a una grande infrastruttura mentre il Mezzogiorno affronta emergenze molto più immediate? «Rispetto a tutti quanti questi problemi ci sembra assurdo voler investire 14 miliardi, si è arrivati oggi a 14 miliardi e mezzo». Zabatta ha parlato di un’opera «faraonica e inutile», sostenendo che il costo potrebbe ulteriormente aumentare nel caso in cui il progetto arrivasse alla realizzazione. Ma la sua critica non riguarda soltanto il conto economico. Secondo Zabatta, il Ponte finirebbe per incidere profondamente sul territorio dello Stretto, modificando il volto delle due città e rischiando di spezzare legami e identità. «Distrugge due città bellissime, distrugge un territorio, distrugge le radici di una popolazione».

La crisi dell’acqua: «Il 52% in Sicilia»

Il discorso torna quindi a qualcosa di molto concreto: l’acqua. Zabatta ha citato il dato del 52% di perdite nella rete idrica siciliana e il 49,1% a livello nazionale, sostenendo che una parte delle risorse destinate al Ponte potrebbe essere utilizzata per affrontare il problema delle infrastrutture idriche. Un tema che a Villa San Giovanni non ha bisogno di essere spiegato. Le settimane appena trascorse hanno riportato infatti l’emergenza idrica direttamente nelle case dei cittadini, con il quartiere di Piale alle prese con giorni di difficoltà, autobotti e disagi. E allora il confronto tra i miliardi del Ponte e le tubature che perdono acqua assume un significato ancora più immediato. «Se si volesse mettere a punto questa problematica, una parte di questi miliardi di euro potrebbe essere portata su questo», ha sostenuto Zabatta. Il messaggio è chiaro: prima delle grandi opere, secondo gli esponenti di Europa Verde, bisogna intervenire sulle fragilità quotidiane di un territorio che soffre.

Terremoto e ambiente: «Perché oggi può andare?»

Nel suo intervento Zabatta ha poi richiamato le osservazioni della Corte dei Conti e del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, sostenendo che sul progetto rimangano questioni da approfondire. Tra queste, il rischio sismico. Nello Stretto la memoria del terremoto del 1908 non è soltanto una pagina di storia. È parte della memoria collettiva di due città che conoscono il significato della parola distruzione. «Ci troviamo su una faglia, su una zona sismica che all’inizio del secolo scorso ha mietuto tante vittime, che ancora è sulla pelle dei cittadini e delle cittadine che hanno perso i loro cari».

Da qui un’altra contestazione: secondo Zabatta, gli studi alla base del progetto non avrebbero considerato adeguatamente alcuni fenomeni e alcune caratteristiche del territorio. Il punto, per gli oppositori dell’opera, è dunque anche scientifico e ambientale. E la domanda posta è diretta: se esistono ancora vincoli e criticità, perché il Ponte oggi dovrebbe poter procedere?

Bonelli: «Siamo arrivati al momento topico»

A chiudere gli interventi è stato Angelo Bonelli, che ha spostato il focus soprattutto sul piano politico e amministrativo. Per il parlamentare, i prossimi mesi saranno decisivi.

Al centro della sua analisi c’è la delibera CIPES e, soprattutto, la possibilità che venga pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. «Siamo arrivati al momento topico, cioè questi mesi saranno i mesi fondamentali». Bonelli ha quindi parlato della strategia che, a suo giudizio, starebbero portando avanti il ministro Salvini e la società Stretto di Messina per arrivare alla pubblicazione della delibera prima delle elezioni politiche. «Una volta che la delibera CIPES sarà sulla Gazzetta ufficiale scatteranno i diritti acquisiti per la società contraente».

Il nodo delle penali e dei soldi pubblici

Il parlamentare ha poi sollevato un’altra questione: quanto potrebbe costare allo Stato un eventuale stop al Ponte dopo l’acquisizione di determinati diritti? Bonelli ha raccontato di aver chiesto di conoscere l’eventuale atto convenzionale tra la società Stretto di Messina e il contraente e di non aver ottenuto accesso al documento, che gli sarebbe stato indicato come atto tra società private. Una risposta che il parlamentare contesta, ricordando che la società Stretto di Messina è a capitale pubblico. La questione riguarda, nella sua ricostruzione, l’eventuale presenza di una penale in caso di mancata realizzazione dell’opera. Bonelli ha parlato di una percentuale che potrebbe aggirarsi, secondo il quadro da lui richiamato, intorno al 10%, ma ha sottolineato che proprio l’eventuale esistenza e il contenuto dell’accordo convenzionale dovrebbero essere conosciuti. «Ogni punto percentuale sono centinaia e centinaia di milioni di euro in più di soldi pubblici che vanno alla società contraente senza aver realizzato alcunché». Un passaggio che il parlamentare pone dunque come questione di trasparenza nell’utilizzo delle risorse pubbliche, precisando che l’effettivo meccanismo delle eventuali penali dovrebbe essere verificato negli atti.

La delibera IROPI e il confronto con l’Europa

L’altro grande nodo sollevato da Bonelli riguarda la delibera Iropi, che il parlamentare ha detto di aver chiesto alla Presidenza del Consiglio. La delibera è legata alla possibilità di realizzare l’opera in presenza di determinate condizioni ambientali e dei vincoli previsti dalla normativa europea. Bonelli sostiene di aver chiesto anche chiarimenti sulla valutazione del traffico e sulle eventuali varianti progettuali adottate per ridurre l’impatto ambientale. Nel suo ragionamento torna quindi una domanda che considera centrale: «Se prima quell’opera non poteva andare perché c’erano dei vincoli europei, qual è la ragione per cui oggi può andare? Perché i vincoli europei sono gli stessi, non è che siano cambiati». Il parlamentare ha inoltre richiamato le prescrizioni del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e la necessità, a suo dire, di ulteriori verifiche geologiche e sismiche.

La battaglia di una città

Ma alla fine, tornando alle parole pronunciate durante la conferenza, tutto sembra ricondursi allo stesso punto: che cosa accadrà a Villa San Giovanni?

Perché mentre il dibattito nazionale parla di miliardi, decreti, CIPES, penali e Gazzetta Ufficiale, qui ci sono persone che aspettano di sapere se la loro casa resterà in piedi, se il loro quartiere cambierà volto, se dovranno andare via o se potranno continuare a progettare la propria vita dove l’hanno sempre fatto.

Insomma, dagli interventi è emersa una domanda unanime su quali debbano essere oggi le vere priorità del Mezzogiorno: un’opera da 14,5 miliardi o territori che chiedono acqua, sicurezza, infrastrutture e risposte alla crisi climatica? Per Zabatta la risposta è netta. «Abbiamo tante priorità che sono molto più importanti di quest’opera inutile e dannosa per l’intero territorio». E la battaglia, assicurano gli esponenti di Europa Verde e AVS, continuerà: «Questo ponte non s’ha da fare, non si farà, e combatteremo fino alla fine a fianco delle popolazioni, a fianco delle istituzioni locali».

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