Villa, vince il diritto alla privacy di un cittadino malato

2 agosto 2013
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Ogni tanto a vincere è il malato e, nel caso specifico, il suo diritto alla privacy. E, per il signor T.D., di Villa San Giovanni, provato dalla sofferenza, non può non assumere il sapore di rivincita la condanna del Miur (Ministero Istruzione Università e Ricerca) alla restituzione di somme illegittimamente trattenute. Mentre un gran bel risultato lo ha ottenuto l’avvocato che lo ha assistito nella vicenda, Vito Crimi, che è riuscito a strappare una pronuncia importantissima sia sotto il profilo della tutela dei diritti del malato, sia sotto l’aspetto della tutela della privacy in materia di certificazione medico – sanitaria.

Parla chiaro, infatti, l’ordinanza cautelare con cui, lo scorso 1° luglio, il Tribunale del Lavoro di Reggio Calabria, in composizione collegiale, confermando la pronuncia resa in fase di ricorso ex art. 700 cpc dal Giudice del Lavoro Patrizia Sicari, ha rigettato il reclamo proposto dal Miur, accogliendo le tesi difensive del signor T.D..

Nella fattispecie è stata confermata «la sospensione dell’efficacia dei decreti emessi dal dirigente scolastico nei confronti del ricorrente (ex dipendente), con cui veniva disposto il recupero di somme per  9.954,50 euro nei confronti di T.D., condannando il Miur al pagamento delle spese giudiziali.

Nella vicenda in esame il Tribunale ha  reputato «acclarato che il dipendente possedesse il requisito della certificazione della grave patologia e della sottoposizione a terapia temporaneamente invalidante, per come evincibile sia dall’attestazione dell’Ast, sia dalla pluralità di certificati di malattia telematica,  riportanti con chiara dizione la sussistenza e la prognosi per grave patologia e terapia temporaneamente invalidante nel periodo in esame».

L’organo giudicante ha dunque ritenuto «contraria ai dettami di cui all’art. 17, comma 11, Ccnl Scuola» la richiesta di certificati da parte del dirigente scolastico, “che richiedeva invece i certificati attestanti i periodi in cui, di volta in volta, T.D. è stato sottoposto a terapia salvavita con ricovero ospedaliero, day ospital o ambulatorio accreditato rilasciati dalle medesime strutture, contenenti anche l’eventuale indicazione del numero delle giornate di assenza dovuta agli effetti a distanza provocati dalla terapia”.

In sostanza il Tribunale ha voluto chiarire che nel certificato medico è necessario salvaguardare il diritto alla privacy e, in pieno accoglimento delle tesi difensive sostenute dall’avvocato Crimi, ha affermato che  «la pretesa del dirigente non appare però sorretta dalla norma collettiva sopra specificata».

E’ stato escluso, pertanto, un onere di specificare e documentare il tipo e durata della terapia a cui sarebbe stato sottoposto il dipendente.

Francesca Meduri

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